L'isola degli alberi scomparsi di Elif Shafak

La nostra recensione

“Il luogo dove siamo nati è la forma della nostra vita, anche quando ne siamo lontani, anzi specialmente in quel caso.” Questa citazione esprime l’essenza del romanzo che racconta il dramma di Cipro e dei suoi abitanti con un intreccio narrativo su più livelli, dove gli avvenimenti storici e privati si rincorrono nell’arco di cinquant’anni. La storia d’amore di Kostas e Defne si allaccia infatti al conflitto tra le due fazioni di isolani, greci cristiani da un lato e turchi musulmani dall’altro, con un’ostilità così radicata da costringere la coppia all’esilio e alla rottura con le famiglie d’origine. La fuga e la rimozione di un passato penoso da ricordare sembrano essere la soluzione ma la sofferenza rimasta latente lacera gli animi, soprattutto quello di Defne. L’originalità del libro consiste a parere di tutti i presenti nella straordinarietà della protagonista principale e voce narrante, la pianta di fico (rigorosamente di genere femminile), testimone dei tragici eventi che devastano l’isola. Attraverso il suo racconto che si nutre di ciò che la pianta osserva e di ciò che viene a conoscere mediante altre creature animali e vegetali, la trama si dipana svelando le connessioni esistenti tra gli esseri umani – impegnati a seconda del caso in guerra o in amore - e gli altri essere viventi. Così la tenera storia tra Yusuf e Yiorgos, che al pari di quella tra Kostas e Defne deve rimanere segreta, trova nell’albero un osservatore benevolo e attento che non giudica in base ai parametri e ai preconcetti degli uomini. Una volta trapiantata a Londra ecco che di nuovo la pianta assume un ruolo fondamentale diventando il filo che riannoda il passato al presente per gli esuli ciprioti e consentendo infine alla giovane Ada di ritrovare le proprie radici. Il romanzo è piaciuto moltissimo a tutti i lettori e lettrici presenti per lo stile poetico e la scrittura ampia con cui la scrittrice rievoca le tracce della memoria, ma anche per le descrizioni capaci di richiamare profumi e sapori del Mediterraneo. Elif Shafak conduce il lettore nelle trame della Storia senza tralasciare l’archeologia e la botanica, dimostrando una conoscenza profonda dei temi trattati. La vicenda si apre con l’urlo straziante che colloca Ada, sopraffatta dal dolore per la morte della madre e per l’incapacità di stabilire un contatto emotivo con il padre, al centro di una malevola attenzione. Sarà necessario attraversare gran parte del romanzo e tutte le vicissitudini dei suoi protagonisti nel corso di mezzo secolo per giungere allo snodo che permette alla giovane di elaborare il lutto e riannodare i fili con il passato dei suoi genitori di cui era sempre rimasta all’oscuro. Esuberante e dirompente, la zia Meryem arriva infatti a Londra come l’uragano che si sta scatenando in quei giorni, portando nella vita di padre e figlia quella vitalità e quel brio che erano spenti. La donna rappresenta il legame con la tradizione e le usanze cipriote che includono la cucina ma anche le superstizioni e i proverbi che la zia snocciola ad ogni occasione. La centralità del cibo, di quei sapori così distanti dalla cucina londinese a cui Ada è da sempre abituata, consente inaspettate modalità di comunicazione e al tempo stesso diviene il legame tra culture e generazioni diverse. La bufera – reale e metaforica – si placherà segnando un passaggio decisivo per la giovane protagonista così come per la pianta: la ficus verrà dissotterrata e potrà nuovamente germogliare e anzi rinascere accogliendo in sé l’ànemos ossia il soffio vitale di Defne. Per Ada invece si apre una stagione nuova in cui il futuro che l’aspetta può gettare le basi su un passato con radici solide e profonde.