Mattatoio n. 5 di Kurt Vonnegut

La nostra recensione

Il celebre romanzo di Kurt Vonnegut “Mattatoio n. 5” ha suscitato le reazioni più diverse all’interno del nostro gruppo di lettura. E la cosa non sorprende considerando la particolarità del libro. Kurt Vonnegut ha, suo malgrado, vissuto la seconda guerra mondiale arruolandosi volontario come soldato di fanteria nell’esercito americano. Sopravvissuto all’offensiva delle Ardenne, fatto prigioniero dai tedeschi, trasportato su treni merci e carri bestiame, rinchiuso in campi di lavoro e, infine, spedito a Dresda, la bellissima “Firenze del nord” affacciata sul fiume Elba. Proprio in questa città, considerata sicura perché lontana dai bersagli militari e priva di importanti movimenti di truppe, lo scrittore sarà testimone di uno dei bombardamenti più terrificanti della storia. Fin dalle prime pagine Kurt Vonnegut non fa mistero dell’immane fatica di mettere su carta i suoi ricordi più traumatici riguardo quell’esperienza, “non vi dirò quanto mi è costato, in soldi, tempo e ansietà, questo schifoso libretto”. Non abbiamo motivo di dubitarne e, allo stesso modo, non pare opportuno giudicare il modo in cui l’autore decide di raccontare la sua terribile storia. Eppure non tutti i lettori sono riusciti ad apprezzare la storia semiseria di Billy Pilgrim, un americano medio, uno “scemo di guerra”, per dirla con le parole di Vonnegut, che possiede la peculiare capacità di viaggiare nel tempo e nello spazio, passando dalla zona di guerra al pianeta di Tralfamadore in un battito di ciglia. Vonnegut era un grande appassionato di fantascienza e, proprio nelle fughe in questa dimensione, trovava probabilmente una via di fuga, seppur solo temporanea, dall’orrore e della follia. Anche il refrain “così è la vita”, ripetuto ad ogni nuovo dramma, non è solo una bizzarra abitudine del protagonista ma una vera e propria ancora di salvezza, una silenziosa accettazione di fronte alla follia della vita, della morte e di tutto ciò che sta nel mezzo. La sottile vena tragicomica del libro è un altro elemento che probabilmente ha diviso le opinioni del gruppo di lettura, tra chi ha apprezzato il sottile equilibrio tra la drammaticità del racconto e la leggerezza della prosa e chi, invece, è stato destabilizzato da questo contrasto. Quello che resta ad ognuno di noi, dopo questa lettura, è la netta sensazione di essere come piccoli insetti intrappolati in un blocco d’ambra, impotenti di fronte ai grandi drammi dell’umanità. Così è la vita: eppure Kurt Vonnegut testimonia come sia doveroso continuare ad esprimere il proprio no di fronte alla guerra e alla violenza anche quando tutto questo appare inutile.