Canne al vento di Grazia Deledda

La nostra recensione

Giudizio unanime per il nostro gruppo di lettura sul romanzo di Grazia Deledda ambientato nel 1912 a Galte (in realtà Galtellì) nel nuorese. La Deledda aveva già utilizzato la metafora delle canne al vento per significare la fragilità dell’uomo in balìa del destino nel romanzo “Elias Portolu” del 1903. Per alcune lettrici si è trattato di una riscoperta a distanza di parecchi anni e sia per loro che per quelle che lo affrontavano per la prima volta c’è stata una certa riluttanza iniziale nel timore di trovare una scrittura vetusta e un contenuto ormai superato. Si è rivelato invece per tutte un libro sorprendente sia per l’attualità delle descrizioni del paesaggio naturale sia per la profonda analisi dei sentimenti. Protagonista indiscusso di una trama che vede negli umili le vittime del cambiamento che avanza è il servitore Efix. Consumato dai sensi di colpa e da una devozione assoluta per le sorelle Pintor si illude che Giacinto possa riscattare la sorte delle donne. La disillusione e il fallimento del suo piano lo gettano nello sconforto facendolo errare senza meta e senza più uno scopo prima di tornare finalmente a casa ma solo per morire. Colpiscono la rassegnazione e l’accettazione delle tre sorelle, in balìa della sorte eppure mai disperate; qualcuno ha fatto notare che le canne si piegano sì al vento ma non si spezzano né vengono sradicate. La tenacia e la perseveranza prevalgono dunque in coloro che – a differenza di Lia che si ribella e fugge – rimangono in quella terra arida di prospettive e di un futuro diverso. Tutto rimane immobile e l’arrivo del nuovo – rappresentato da Giacinto – reca in realtà scompiglio: Noemi riversa su di lui l’amore fino a quel momento represso; Ruth viene raggirata e la sua reputazione compromessa a causa delle cambiali scoperte; tutto il piccolo paese finisce per essere coinvolto e sconvolto dallo “straniero”. L’unico che si apre alla speranza è Efix che invece si augura un cambiamento, una ventata di giovinezza in quel luogo di miseria umana. La dimensione antropologica della vita isolana, i continui riferimenti ad una religiosità popolare che sconfina nella superstizione e nel fiabesco sono un’altra delle caratteristiche salienti che comunicano a chi legge un forte senso di appartenenza a quei luoghi. Abbiamo notato anche che quelli utilizzati sono tutti nomi biblici. La morte di Efix conclude il romanzo e avviene durante l’altro evento conclusivo, ossia le nozze di Noemi con il cugino Don Predu. Il sentimento di riconoscenza nei confronti del servo, della sua fedeltà e della sua totale abnegazione viene finalmente espresso da Ester in quello che è parso a tutte un lamento funebre. Abbiamo infine apprezzato il linguaggio semplice ma estremamente efficace e la scrittura ampia, lenta con l’utilizzo frequente delle virgole che crea una sorta di nenia, di cantilena che culla e conduce il lettore. Attraverso le descrizioni del paesaggio si colgono le sfumature, come pennellate di un dipinto di cui si percepiscono persino i profumi. In conclusione un libro apprezzato appieno e la scoperta o riscoperta di una grande scrittrice che tratta temi universali che ci appartengono ancora oggi.