Montreal - Parlavo una lingua di neve

Parlavo una lingua di neve di Caroline Dawson

“Lasceremo il paese e non torneremo mai più”. Con queste parole lapidarie Caroline apprende la decisione dei suoi genitori di lasciare il Cile per trasferirsi a Montreal, in Canada, dove ci conduce questa settimana la #ValigiadelLettore. Sull’aereo che la porta via da Valparaíso la vigilia di Natale del 1986 Caroline si chiede come farà Babbo Natale a trovarla ora che non ha più una casa.
La prima tappa dei rifugiati è una camera d’albergo a Montreal in attesa del visto che consenta loro la permanenza nel Quebec. L’ignoto che li attende in quel nuovo mondo in cui si parla una lingua incomprensibile è spaventoso: l’umiliazione dovuta al cambiamento di status sociale, la necessità di accettare lavori avvilenti da parte del padre, che era stato insegnante di inglese e sindacalista, e della madre, educatrice in un centro per l’infanzia. Ora la loro vita è fatta di lavori precari e mal retribuiti come fare le pulizie in una banca. Ma anche per Caroline la vita di esule è tutt’altro che facile.
I piccoli e grandi torti subiti a scuola per i capelli troppo scuri, per l’accento diverso, per il cibo troppo etnico che la rendono un’estranea, raccontano la distanza e la freddezza di un’accoglienza che è tale solo in apparenza. A Caroline non rimane che adattarsi, rinunciare a sé stessa per essere accettata o quanto meno non derisa dalle compagne. Così a 8 anni decide di spegnere la sua personalità latino-americana: inizia a trattenere il suo entusiasmo, a smorzare le risate troppo fragorose, rinuncia a correre nei corridoi durante la ricreazione. Sceglie una vita in sordina. Sceglie di mimetizzarsi per non essere presa di mira, per essere più simile alle altre bambine.
Un romanzo autobiografico in cui l’autrice racconta – non senza ironia – il percorso di abbandono delle proprie radici e di ricostruzione di una vita che lei e la sua famiglia hanno dovuto affrontare con grande spirito di adattamento e di rinuncia pur di sfuggire alla dittatura di Pinochet. Perché a volte la fuga è l’unica strada possibile anche se il prezzo da pagare è altissimo.

Mettiamo in valigia una Barbie, il regalo che Caroline riceve da Babbo Natale su quell’aereo diretto in Canada e che segna l’inizio della sua vita da rifugiata in un paese straniero.